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Pro e contro

Jeyasingh, Belaza, Castellucci e Ninarello: una Biennale alla ricerca delle radici

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VENEZIA L’apertura dell’ultima Biennale Danza firmata Virgilio Sieni (in scadenza di mandato) ha avuto esiti ondivaghi. Pubblico disorientato da alcuni spettacoli tra cui l’atteso debutto mondiale di Emanuel Gat per la sua compagnia. Coprodotto da grandi realtà internazionali, compagnia per l’occasione ampliata a dieci interpreti e musica live, Sunny prometteva di essere una sperimentazione musicale-coreografica in cui l’israeliano in tandem con il musicista Awir Leon ripensava le strutture coreografiche in una sorta d’indagine delle infinite sfaccettature dei rapporti umani. E di protagonismo/esibizionismo del singolo, nonché di relazioni distorte e filtrate dai travestimenti, si parla nel pezzo, ma senza una vera necessità compositiva. Ottanta minuti in cui si susseguono entrate e uscite di danzatori, assoli, duetti, parti corali (non perfettamente eseguite) da cui stentano a emergere sviluppo e nitore.

D’antan, e interminabile, l’assolo della tedesca Isabelle Schad, Der Bau (La Tana), ispirato a Kafka e all’eponima novella in cui una donna matura, la stessa Schad, si avvolge con drappi voluminosi e poi si scopre, provando a ridefinire con suoni spazializzati e scricchiolii di ossa il rapporto tra interno-estero, corpo-spazio.

Riconcilia con il pensiero coreografico, invece, la bella performance di Shobana Jeyasingh alla Fondazione Cini. Coreografa del mélange tra stilemi occidentali e danza tradizionale indiana, Jeyasingh in Outlander fa sfilare sotto la riproduzione del dipinto Le nozze di Cana del Veronese (quello originale è al Louvre), i suoi tre bravi danzatori. La corrispondenza con l’opera pittorica sta nella commistione di dettagli antichi e contemporanei e nel viaggio a ritroso nelle radici - dal contemporaneo più delineato al Bharata Natyam – in antagonismo dialettico con l’avanzamento a nastro sulla passerella dei tre bravi interpreti.

Affascina ancora una volta la franco-algerina Nacera Belaza con Sur le fil, terza e nuova tappa - dopo Le Cri e La traversée - della trilogia in cui la coreografa prova a valicare la dimensione corporea per definire un luogo dell’immaginario che superi il presente in un'ottica di simbolica liberazione. E Sur le fil è proprio questo: un atto liberatorio dopo la costruzione della rotazione su se stessi e della camminata in cerchio all’indietro nel buio assoluto, Leitmotiv del pezzo che lo precede, La traversée.

Di grande impatto e raffinata composizione la performance Kudoku di Daniele Ninarello e Dan Kinzelman. Il danzatore torinese trova perfetta sintonia nel dialogo con il sax e i suoni di sintesi del pluristrumentista americano virtuoso del jazz, che amplia e distorce i suoni costringendo il corpo di Ninarello a corrispondergli. Così il movimento si blocca, si ingrandisce, si fa sincopato, robotico e infine fluido in giravolte da derviscio che subito si spezzano nel torso e nelle linee delle braccia.

Ma la Biennale a firma Sieni, si sa, è anche College, ovvero formazione. Nel proliferare di esperienze una gemma preziosa si è vista: Verso la specie, lavoro di Claudia Castellucci per un gruppo di giovani interpreti. Ritorna anche qui il bisogno di ritualità e spiritualità nella figura ricorrente del cerchio, nelle azioni propiziatorie che i gesti riproducono, nelle processioni.  Castellucci sembra voler ricercare un punto di congiunzione e fratellanza tra le culture. In abiti austeri, total black, i danzatori avanzano come in processione, incorporano il ritmo live di Stefano Bartolini, combattono, pregano, falciano, si inginocchiano, ri-pregano e finalmente sfoderano una bandiera, che al tempo stesso è telo double face che si trasforma in tenda, in parete, in fazzoletto di terra intorno al quale si resta confinati e distanti. Venti minuti di rara stratificazione, una moderna moresca tra cristiani e musulmani di impeccabile costruzione visiva.

La Biennale Danza 2016 prosegue fino al 26 giugno.

21/06/2016

Maria Luisa Buzzi

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