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Intervista

Chris Haring tra il micro e il macro cosmo

cena barocca con avventura: "Deep Dish"

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UDINE - Promotore a Vienna di una fucina delle arti che coinvolge danzatori e teoretici, Chris Haring fa ritorno a Udine per la stagione di Teatro Contatto con la sua compagnia Liquid Loft. Dopo "Running Sushi", lavoro sull’omologazione della società contemporanea (e il cibernetico "Mush Room-The Perfect Garden" visto nel 2012 a Operestate), il coreografo continua a interrogarsi sui risvolti della natura umana e porta in scena il 17 gennaio 2015, "Deep Dish", il nuovo “film coreografico” che tratta l’idea dell’inevitabilità e della fugacità dell’esistenza catapultando lo spettatore in bizzarri mondi paralleli grazie alle immagini riprese live dagli stessi danzatori.

Dopo il riconoscimento ricevuto nel 2007 alla Biennale di Venezia per "The art of seduction", che ha reso più facile ad Haring rappresentare il proprio lavoro fuori dal mondo della danza e della performance, Liquid Loft è diventata una realtà di punta a Vienna, città che - extra confini nazionali - ha consolidato un'indiscussa credibilità per quanto concerne l’avanguardia artistica.

Haring, secondo lei quali fattori hanno contribuito a questa crescita?

“E’ il risultato di un cambiamento che ha avuto la sua origine 20 anni fa, quando alcuni si sono impegnati a sviluppare e finanziare le arti sulla scena indipendente di Vienna. Vienna era conosciuta a livello internazionale per la sua ‘high art’, ma essere un artista indipendente era un business difficile e la vita come ballerino era impossibile, fatta eccezione per i ballerini di danza classica. Ciò nonostante i coreografi mostravano l’arte che avevano appreso per la maggior parte all’estero, in molti spazi off (non c’era educazione contemporanea in Austria a quel tempo) e, grazie a loro, ImPlustanz è diventato uno dei più grandi festival di danza internazionale. Inoltre, nel 2000 Tanzquartier ha dato vita a un luogo/residenza per performance di danza contemporanea e quando gli ex paesi dell’est si unirono all’Unione europea, nuovi ballerini capaci vennero a Vienna. Ci sono voluti alcuni anni ma oggi raccogliamo i frutti di questi lavori e degli scambi esteri”.

E il suo collettivo multidisciplinare ne è un esempio in quanto offre un’opportunità di lavoro comune che contempla diversi linguaggi espressivi.

“Quando Liquid Loft è stato fondato nel 2005, uno dei nostri obiettivi era quello di sviluppare la danza sempre nel contesto di altri generi artistici contemporanei come l’arte visiva, la musica elettronica, la letteratura, i film o i nuovi media. Questo modo di lavorare ha fomentato una discussione multilaterale su argomenti emergenti a molti livelli. Quando creiamo le performance non usiamo un linguaggio del corpo specifico ma usiamo un certo sistema di lavoro, che è principalmente correlato alla nostra estetica uditiva o visiva. In questo caso, avere più linguaggi diversi possibili, è un arricchimento”.

Una dimensione che sollecita le percezioni dello spettatore e trasforma i danzatori in “entità virtuali”?

“I nostri danzatori sono ‘entità reali’ come altre, troppo spesso completamente assorbite da ambienti virtuali. Questo è il soggetto principale che stiamo trattando, il focus in molti dei nostri pezzi. Se stimola la percezione dello spettatore è probabilmente perché egli si connette all’atmosfera e alla condizione creata sul palco o simpatizza con il linguaggio del corpo”.

Nei suoi spettacoli guarda alla natura umana. E’ questa la sua “ossessione”?

Il mio lavoro consiste nel guardare da prospettive differenti il corpo umano in modo da interrogarsi o ridefinire la sua bellezza e la sua necessità nel mondo in cui viviamo”. Nei suoi pezzi c’è spesso una ricerca di modelli ingannevoli con i quali l’uomo si confronta. L’artista o l’arte della scena ci dà delle risposte in questo senso? “Per l’arte: nella maggior parte dei miei pezzi cerco di evitare risposte ma cerco di porre domande. Per l’artista: spero che nessuno voglia comparare se stesso con i personaggi che creiamo sul palco, non mi piacciono le competizioni”. Cosa porta nel suo lavoro dell’esperienza maturata con lo storico gruppo inglese DV8? “Che sul palco ogni movimento ha il proprio valore se avviene per una giusta ragione nel giusto tempo”.

“The Perfect Garden”: ci dice qualcosa dell’ultima parte della sua trilogia?

The Perfect Garden è una serie - basata sul libro Locus Solus di Raymond Roussel scritto nel 1914 - che parla di paradisi artificiali. Nel giro di tre anni questa serie ha avuto diversi output come performance, installazioni e un film. Tutti i lavori sono situati in ambienti dell’artista visivo francese Michel Blazy che lavora con materiali organici e inorganici implicanti spesso il motivo delle vanità. Per l’ultima performance, "Deep Dish", che andrà in scena a Udine, abbiamo deciso di ridurre lo scenario ad un semplice tavolo. Comincia con una cena barocca per quattro partecipanti, ma più la serata avanza, più i protagonisti si immergono in un’avventura, qualcosa tra il micro e il macro cosmo”.

06/01/2015

Elisabetta Ceron

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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