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Pro e contro

Coronavirus: quale impatto sulla danza?

Risponde Fredy Franzutti, direttore del Balletto del Sud

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Fredy Franzutti, lo spettacolo, la cultura, in un momento di gravissima crisi sanitaria come quello che stiamo vivendo diventa un settore di “secondo piano” per non dire superfluo? E’ realmente così? 
La preoccupazione è la contemporaneità della malattia e tutto ciò che ne consegue in termini economici. Ovviamente lo spettacolo di danza non è considerato una priorità, come la mia non è una professione la più necessaria al mondo; io sono un ingranaggio, la rotella di un meccanismo che per la società contemporanea è secondario. I nostri contenitori sono i teatri il cui numero in proporzione alla popolazione non risponde a un fabbisogno crescente. Tutt’altro. Io sono convinto che la Cultura è necessaria ma si tratta di una battaglia che non sempre abbiamo vinto, oltretutto in questo momento il teatro ha dei competitor importanti come la tv, il cinema, i cellulari, fenomeni perfettamente in linea con l’attuale pandemia. 

Il settore spettacolo quali risorse non solo economiche potrà mettere in campo per superare la crisi?
Bisogna essere pronti a un grande cambiamento perché ilmondo, non solo dell’arte, è cambiato con la malattia e credo che se questa non sarà debellata completamente ovunque sarà difficile poter stare a 5 cm da una persona che non si conosce. Il teatro in questo momento è il posto più pericoloso. Dovremo abituarci a un’altra idea del luogo e della vicinanza e la danza come tale si è già evoluta perché ogni ballerino ha messo sul web il suo training alla sbarra e siamo entrati nelle case di tutti gli artisti d’Italia. All’incremento di proposte di comunicazione on line è seguito un trend: la danza dell’ultimo decennio è quella della formazione, dei concorsi… la danza performativa era già in crisi prima del coronavirus, di conseguenza la fruizione virtuale ha già vinto e ci obbliga a ripensare nuove forme. Siamo più che lontani da una soluzione e da un futuro pensabile.

Siamo in scena finché possiamo, finché possiamo, dobbiamo” era parte di un tuo post su fb del 23 gennaio. A distanza di poche settimane, la condizione della compagnia è ben diversa: hai ipotizzato di ridisegnare la tua realtà e la tua professione?
E’ finito tutto in un attimo e io ho impiegato 25 anni per costruire il Balletto del Sud, ora si rimane con questo eventuale  rimborso per marzo, di fatto i miei ballerini sono in cassa integrazione o in disoccupazione. Ma l’aspetto umano della sofferenza non è solo quello di pensare che non moriranno di fame nei prossimi mesi. Non riesco a immaginare in questo momento il rientro. Sappiamo bene che qualora accadesse si dovrà ricominciare da capo, parlo dell’allenamento, della memoria, della forma fisica e di un repertorio che è dimenticato con l’azzeramento della programmazione. Io sono un coreografo, questo so fare, e questo farò sempre. Mi fa paura tutto e niente nel senso che se dovrò ricominciare da capo lo farò. Certo mi spaventa la perdita economica ma il mio obiettivo morale non è quello di sapere quanto lo Stato mi farà sopravvivere perché sono un artista.

 

29/03/2020

a cura della redazione

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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