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Intervista

Davide Dato: "Ballare in Italia è sempre bellissimo"

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ROMA “Ballare in Italia è sempre bellissimo. Spero di tornarci ancora. Anche se, per i molti impegni all’Opera di Vienna, non sarebbe così facile, mi piacerebbe che ci fossero più occasioni di danzare nel mio Paese. Qui il pubblico è molto più caloroso rispetto a quello austriaco”. Dopo due brevi apparizioni (a gennaio di quest’anno al Bolle and friends agli Arcimboldi di Milano, e a luglio a Spoleto nel gala organizzato da Daniele Cipriani in piazza Duomo), Davide Dato, Principal dancer alla Wiener Staatsoper, è stato chiamato dalla direttrice del Corpo di ballo capitolino Eleonora Abbagnato, a danzare nella ripresa del Don Chisciotte con la coreografia di Laurent Hilaire ispirata alla versione di Mikhail Baryshnikov. In coppia con Dato, un’altra ospite d’eccezione: l’étoile del Bolshoi di Mosca, Evgenia Obraztsova. “È stato molto bello ballare con lei – racconta soddisfatto –. C’è stata un’intesa immediata considerando che abbiamo provato solo tre giorni. Mi ha trasmesso il suo bagaglio di esperienza, fatta di dettagli e sfumature, cose che s’imparano stando insieme sul palcoscenico. Inoltre sono stato accolto benissimo dai ragazzi della compagnia. Il livello è molto alto, e sono veramente bravi”.

Credo che lei sia tra i pochi, finora, ad aver danzato entrambe le versioni del “Don Chisciotte” di due grandi russi: Nureyev e Baryshnikov.
È vero. Non ci avevo pensato.

Immagino sia particolarmente legato alla versione del primo perché ha segnato, dopo una rappresentazione alla Wiener Staatsoper nel maggio 2016, la sua nomina a primo ballerino. Come valuta la versione di Nureyev? E quali sono le differenze riscontrate? 
Come tutte le sue coreografie, è molto impegnativa ma molto bella. Ha delle variazioni che in altre versioni non ci sono. Al di là del fatto che si può amarla o meno, credo che sia, insieme a La Bella addormentata, una delle più difficili da eseguire. Per esempio, mentre nel primo atto, in questa di Baryshnikov, c’è il passo a tre con le due amiche, Nureyev ha inserito due variazioni extra, che non ci sono in nessun’altra versione. Nelle sue coreografie il corpo è portato al limite: prima devi lavorare molto sulla tecnica che richiede – ed è pesante –, e solo dopo puoi sviluppare il personaggio. Nella versione di Nureyev la tecnica è imprescindibile. Difficilmente puoi nascondere eventuali mancanze tecniche ricorrendo alle sfumature interpretative. Il personaggio, complesso indubbiamente anche da punto di vista espressivo, scaturisce in questo caso anche dalla perfetta esecuzione tecnica perché questo era il linguaggio di Nureyev: una tecnica straordinaria che definiva i contorni del personaggio. In altre versioni, o in altri balletti, è a volte possibile soffermarsi di più sulla sola espressività di un personaggio, essendo la tecnica di (relativo) più semplice approccio.

Poterla ballare e interpretare credo rappresenti una prova importante oltre che una soddisfazione…
Proprio così, nonostante la fatica e proprio per l’impegno che richiede. Quando interpreti quel balletto dopo sembra tutto più facile e ti senti in grado di danzare qualsiasi cosa.

Qual è invece la caratteristica della versione di Barynshnikov?
È un balletto più sciolto, più libero, più leggero come approccio, e riesci a goderlo di più. E poi ha un vero crescendo nello sviluppo della coreografia. Inizia, nel primo atto, col gruppo, poi la variazione, e via di seguito.

Nel 2018 è stato costretto a interrompere la sua attività per un anno a causa di un infortunio al ginocchio. Ce ne parla? Che pensieri hanno accompagnato il recupero, e come ha vissuto questa esperienza?
Per un ballerino cui piace veramente questo lavoro, è la cosa peggiore che possa capitare. È difficile da affrontare, ma è qualcosa che fa crescere. S’imparano molte cose da diversi punti di vista. Intanto a sentire diversamente il proprio corpo e a capire di più, ad esempio, rispetto alla normalità con cui il ballerino lo sente, quando ha bisogno di riposo. Fa capire, mancandoti, quanto ami veramente ballare. Ti sprona, perché hai bisogno proprio di tantissima energia, costanza e forza di volontà; e sappiamo quanto per un uomo, il ginocchio debba essere forte per ritornare a saltare. È stato un grande lavoro anche psicologico, perché è facile cadere in depressione. Anche se a me non è successo, ho avuto dei momenti difficili, perché comunque desideravo ritornare velocemente alla normalità e invece mi accorgevo di non essere ancora in grado. Vengono mille dubbi: ce la farai e ne uscirai fuori, oppure no? È normale che sorgano queste domande. Ora che sono passati esattamente due anni mi sento più forte. Un tale avvenimento comunque ti segna, rimane impresso, e hai sempre la paura che possa succedere di nuovo. È una paura difficile da cancellare, che sta lì da qualche parte del cervello. Mi capita di pensarci durante le prove. Nel mio caso, per di più, è accaduto sul palcoscenico, davanti a tutti. Da un lato sono anche grato, perché ho imparato tanto. È stata una lezione di vita perché non dai niente per scontato e apprezzi di più quello che hai e che fai. Comunque devo dire che non mi sono sentito del tutto perso: mi sono anche goduto una certa tranquillità e ho coltivato altri interessi. 

Cosa le ha dato forza per andare avanti?
Semplicemente il fatto che mi mancava poter ballare. Fare fisioterapia con gli esercizi di potenziamento tutti i giorni, è dura. Lo fai pensando a quel momento in cui potrai vivere nuovamente l’emozione artistica sul palcoscenico. Io odio la routine. Non sono particolarmente attratto dal lavoro molto fisico, come sudare, fare la sbarra, le continue prove. Certo, fa parte del processo preparatorio e sicuramente, per molti, tutto questo ha il suo fascino, ma a me piace più di tutto l’emozione che si vive sulla scena, la musica, tutto l’insieme. 

È stato fermo sei mesi dopo l'operazione. Dopo è ritornato a lavorare in teatro, e dopo altri sei mesi di lezioni e prove, ha ripreso a danzare.
Esattamente un anno dopo. Ed è stata una curiosa coincidenza essere ritornato in scena il 29 giugno, lo stesso giorno dell’infortunio l'anno prima, durante il Galà Nureyev 2018 a Vienna. Anche questa coincidenza a livello mentale è stata, da un lato un incubo, dall’altra molto emozionante. Da lì, dopo la pausa estiva, ho ballato Giselle debuttando nel ruolo in Albrecht. E altri balletti.

Che progetti la aspettano a Vienna?
A fine ottobre abbiamo la première di Jewels di Balanchine (balletto astratto ma pulsante di vita, ispirato alle pietre preziose, ndr), che si articola in tre parti: Emeralds, Rubies, Diamonds. Io danzerò nel secondo. La prima volta l'ho danzato sette anni fa. È un balletto che amo molto, come del resto tutto Balanchine, perché è musicalissimo, spesso veloce. Jewels è nel repertorio di tutte le grandi compagnie. A Vienna è la prima volta che si esegue l’intero trittico. Jewels rappresenta i diversi stili delle tre grandi scuole del balletto: Diamonds quella russa, Emeralds la francese, e Rubies quella americana. Rubies è quasi un po’ jazz, molto americano. Abbiamo lavorato con i ripetitori storici di Balanchine specializzati nel rimontare uno dei tre “gioielli”. Si è trattato di imparare non solo i passi ma anche lo stile. La mia partner sarà Nikisha Fogo, con la quale ho ballato anche in Sylvia nella versione di Manuel Legris.

Il 16 novembre la attende il “Peer Gynt” di Edward Clug, creato per il Maribor Ballet nel 2015…
È una bellissima produzione, moderna, molto teatrale, e per me è la prima volta. Avrei dovuto danzare questa coreografia proprio quando ho avuto l'infortunio. Non vedo l’ora, quindi. Sono due ore e mezza di danza sempre sul palco, con tantissimi partners. A dicembre poi danzerò il Corsarodi Manuel Legris, e a gennaio Onegin nel ruolo di Lensky. Insomma, un balletto dietro l'altro. Ma sono contento che sia così.

Rispetto ai teatri d’opera italiani la programmazione viennese è molto più ricca
Abbiamo novanta spettacoli nell'anno, e quindici produzioni. In un mese è possibile che facciamo tre balletti diversi e questo per offrire al pubblico una varietà di proposte. Lo stesso per la lirica: è l’unico teatro al mondo a presentare sessanta opere diverse in una stagione. In un solo mese può succedere, infatti, di vedere anche dieci opere diverse. Questo è un lavoro enorme soprattutto per le maestranze e i tecnici. Anche per noi vuol dire più lavoro. Parallelamente lavoriamo, per esempio, la mattina per La bella addormentatae il pomeriggio per portare in scena Balanchine. E se abbiamo, allo stesso tempo, una produzione classica e una contemporanea, per il corpo non è semplice perché devi cambiare testa e fisico. È comunque questione di abitudine, e ti rende pronto a tutto.

In quale ruolo, che non ha ancora interpretato, vorrebbe cimentarsi?
Me ne mancano tanti. Mi piacerebbero tanto danzare Manon e, soprattutto, Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan Sia l’uno che l’altro però è da tanto che non rientrano nel cartellone. Romeo avrei dovuto interpretarlo alla première a Vienna nella versione moderna di David Bombana, ma anche lì ha coinciso con la rottura del ginocchio. Ho interpretato il ruolo di Mercuzio nella versione di John Cranko, ma ero giovanissimo appena entrato in compagnia. Chissà che non si presenti l’occasione.

 

Davide Dato in un ritratto di Ashley Taylor 

23/10/2019

Giuseppe Distefano

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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