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Pro e contro

Danza italiana e non solo al Festival ConFormazioni di Palermo

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PALERMO “La danza come espressione di forza ma anche coraggio di esporre la fragilità umana". È stata questa la linea programmatica della terza edizione di ConFormazioni. Festival di danza e linguaggi contemporanei di Palermo (svoltosi dal 24 al 28 aprile), diretto con passione da Giuseppe Muscarello che con tenacia è riuscito a creare un pubblico sempre più numeroso e aperto al linguaggio contemporaneo nel pur vivace capoluogo siciliano dove la danza, escludendo la programmazione della stagione di balletto del Teatro Massimo, è pressoché assente. Con competenza Muscarello ha individuato coreografi, danzatori e compagnie italiane e straniere che, in cinque giorni di sold-out a ogni spettacolo, hanno animato, soprattutto, lo Spazio Franco, un piccolo e attivo teatro all’interno dei Cantieri Culturali Zisa, vera e propria cittadella dello spettacolo, dell’arte e della cultura che, finalmente, si sta sempre più popolando di artisti e attività nei diversi spazi e strutture lì presenti. Ad aprire il festival è stato Incipit, una performance site specific tutta al femminile del collettivo Muxarte di Muscarello, una lenta processione in più direzioni di passi e di gesti delle braccia, sulla splendida scalinata del Teatro Massimo. L’avvio promettente è arrivato subito con lo spettacolo Some remain sodi Alexander Fandard. Immerso tra una zona buia e una di luce intermittente, in piedi e di spalle, poi con solo le braccia visibili appoggiate su un tavolo, mosse sempre più velocemente inglobando appena il viso che appare e scompare, crea un effetto suggestivo e oscuro sul tema della pazzia. Ispirandosi a Beckett il danzatore e coreografo francese (alla sua prima, felice, prova d’autore) esplora l’alterità che è in ciascuno di noi, vissuta come una vertigine del corpo in lotta, catturato da se stesso. Lo esprime anche il suono inizialmente cupo, inquietante, quindi di rumori e voci raccolte da documentazioni sonore specifiche, alternato, negli spostamenti del corpo in altre zone della scena, al ringhiare di animali. La gestualità spigolosa a luce piena, la danza frenetica a terra, sofferta, di scatti repentini, di piegamenti contorti, si placa al suono di una musica che va da Vivaldi (Nisi Dominus) a Schubert (Serenade). Tutta la coreografia, che riflette lo spazio della mente, si nutre di un immaginario visivo che ci ricorda la pittura di Bacon.

Corpi esposti anche nella loro nudità per ribadire l'unicità dell’essere, il “luogo” privilegiato da cui attingere e trasfigurare, veicolo di infinite possibilità espressive, di trasmissione esperienziale, di rivelazioni vitali e di saperi, di memorie da esperire davanti al pubblico che spia un atto privato di cristallina amenità. È quanto hanno saputo comunicare sia Luna Cenere col suo Kokoro, sia Davide Valrosso con Biografia di un corpo. Dalla posizione iniziale a testa in giù, gambe alzate e piedi uniti a formare una sorta di piramide o di divinità indù, mantenendosi di spalle, prima lentamente poi sempre più velocemente, la danzatrice e coreografa napoletana articola nel dettaglio mani, braccia, piedi, ogni muscolo del corpo; lo sposta, lo sbatte a terra, lo fa vibrare, lo rappacifica rannicchiandosi. Sdraiata, e sempre di spalle, fa affiorare le mani come se un altro corpo la stringesse e accarezzasse. Nell’attraversare lo spazio verso altre fonti luminose la luce ne modella le architetture muscolari evocando immagini che affiorano da quel mondo interiore che esprime la parola giapponese del titolo. Alzandosi la performer rivela frontalmente la sua figura intera e il viso fino ad allora tenuto coperto dai lunghi capelli. Privilegerà le braccia tenendole sopra la testa come corna di un cervo, poi ondeggianti, mentre orizzontalmente inizia una danza scalpitante simulando le movenze di un cavallo pronto a correre, quindi piegandosi con passi da felino. Un mondo irreale, potente e poetico, questo di Luna Cenere, che trasfigurandosi diventa presenza reale.

Il corpo quale strumento di comunicazione diretta ed essenziale, muove la poetica del danzatore e coreografo pugliese Davide Valrosso in Biografia di un corpo. Attraverso tre piccole fonti luminose che lui stesso manovra e dirige, esplora il suo fisico cercandone l’essenza nella mappa muscolare, alla ricerca di biografie possibili, di luoghi anche della mente, di memorie sconosciute, di ricordi latenti contenuti nel corpo umano. Lo dichiara subito in apertura presentandosi nudo, a luce piena, agli occhi della platea che lui stesso, seduto a terra, scruta per alcuni minuti. La forte vicinanza è l’elemento di sfida, è l’offerta che l’artista fa esponendosi, mostrandosi così com’è, cercando lo sguardo, la complicità dello spettatore per portarlo con sé. Poi dal buio prende forza e si avvia nel suo viaggio mentale, introspettivo. La semioscuritàe il tenue chiarore mostrano frammenti essenziali. Le posture informe, i micromovimenti carezzevoli o più striscianti esaltati dall’attraversamento luminoso che si sposta sul corpo e in direzioni esterne con movimenti più danzati e gesti più netti; le ombre che si creano sulla superficie corporale e sul bianco fondale in penombra; l’esposizione, a tratti, più totale del danzatore in una zona di luce piena, diventano all'occhio attento dello spettatore, un universo abitato da presenze. Che si condenseranno in un'unica ombra stagliata in controluce dietro lo schermo nel frattempo raggiunto dal danzatore dopo una folata di vento. E scomparire, divenendo un essere irreale. È, questo di Valrosso, un assolo magnetico, profondo, coraggioso, al quale, anche per la natura stessa della rigorosa struttura coreografica più vicina ad una performance di visual-art, che si presta ad arricchirsi di altri segni e stratificazioni, gioverebbe un ulteriore sviluppo che riempia alcuni vuoti e ne compatti il senso.

Daniele Ninarello con Delta O continua il suo lavoro sincronico con la musica dal vivo. Solitario inizialmente nel suo attraversare lo spazio fendendolo con movimenti e azioni semplici, via via si carica di energia con il corpo attraversato da vibrazioni che si incontrano col suono percussivo di Adriano De Micco, generando una inedita complicità dove il suono è danza e il movimento è generatore di suono, un giustapporsi di gioco e competizione.  

All’interno del Museo Archeologico Salinas due performance degli spagnoli Diego Sinniger e Kiko Lopez. Il primo, con la coreografia di Lali Ayguadé e dello stesso danzatore, in Dis-connect mette in atto la fragilità e lo smarrimento di un uomo in una lotta interiore per il controllo del corpo sulla mente e viceversa. A sottolinearlo è lo sguardo vitreo degli occhi che lo rendono una figura aliena. È un viaggio emotivo tra paura, desolazione, speranza, espresso con una danza tesa, squassante, con fremiti del corpo che orienta repentinamente passi e movimenti in più direzioni. Quando l’uomo sembrerebbe ritrovare la padronanza di se stesso, la sua vera identità indossando una camicia, subito la toglierà per ritornare nella posizione iniziale, immobile, sdraiato a terra. Assente. Il subentrare dell’altro danzatore, Kiko Lopez, dà l’avvio alla seconda coreografia Liov. Un duetto energico, furioso, denso di intrecci articolati, di posture vorticose, che mostrano i conflitti interiori quando riflettono e contaminano la relazione con l’altro. Che si vorrebbe trattenere, usare, condizionare alla propria necessità, privandolo della libertà. È la linea sottile che separa l’amore dalla prepotenza, la vittima dal carnefice, il desiderio dal possesso. I due interpreti ingaggiano una lotta estenuante, dove il più debole cerca continuamente di sfuggire alle prese del più forte che lo segue, lo trattiene, lo provoca, lo strattona, lo reindirizza altrove per poi riprenderlo. Lo blocca, gli salta sulle spalle, lo immobilizza standogli sopra. E anche se per pochi attimi i ruoli sembrano invertirsi con una reazione opposta, è vano il tentativo del succube di staccarsi, di fuggire, di arrendersi anche per pochi momenti, immobile, mostrando sottomissione, calma e indifferenza, assecondando la prevaricazione. Una coreografia di grande impatto, che, pur sfilacciata in alcuni momenti, fa di questo duetto un esempio di potente empatia di anime, di ritmo e respiro all’unisono.

Da segnalare, tra le altre presenze, i coreografi greci Aris Papadopoulose Martha Pasakopoulou, con Touching Just in prima nazionale; la compagnia belga Dame de Pic di Karine Ponties, con due spettacoli: Fovea, interpretato dal ballerino Ares D’Angelo, e Benedetto Pacifico, coreografia sempre di Karine Ponties, con Guillermo Weickert Molina. E ancora, Francesca Pennini di Collettivo Cinetico con i suoi premiati 10 miniballetti; Le fumatrici di pecore di Abbondanza/Bertoni; Simona Argentieri coreografa e interprete di Shame in Italy, prodotto da Babel crew; Tommaso Monza e Claudia Rossi Valle con Annotazioni per un Faust/Incontro. E inoltre workshop e incontri sulla danza.

Nella foto "Liov" di Lali Ayguadé

02/05/2019

Giuseppe Distefano

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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