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Pro e contro

Dov'è finito l'incanto di Pendleton?

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ROMA C'è materia da Momix nell'Alice ispirata dal fantasmagorico racconto di Lewis Carroll, che ha debuttato in prima mondiale al teatro Olimpico per la Filarmonica Romana. Ci sono visioni surreali, realtà deformate, manciate di nonsense, uno squittire di suoni e parole che fanno comunella con l'immaginario di Moses Pendleton, anima colorata della compagnia di ballerini metamorfici prima ancora che esserne il fondatore. C'è persino una sintonia a distanza fra i due autori - lo scrittore vittoriano che amava la fotografia e le fantasie fanciulline, e il coreografo americano che pure è appassionato tanto di foto che di uno spirito peterpanesco. Purtroppo, nel nuovo spettacolo, partorito come sempre con il supporto della compagna di una vita e di una carriera, Cynthia Quinn, c'è anche tanto mestiere. Troppo per farne un'opera originale e riuscita, al posto del format un po' trito che va e tornerà di palcoscenico in palcoscenico. Non è tanto – non solo – l'uso ripetuto di vecchie magie che hanno fatto la storia del gruppo (anche Bob Wilson, per dire, ricorre spesso ai suoi stilemi preferiti nel creare nuovi spettacoli), ma l'appiattirsi persino fisico della performance: tutto scorre come una striscia bidimensionale, numero dopo numero, come pronta per essere trasferita su un trailer per telefonino. A Pendleton sono sempre venuti meglio i brani corti, gli spunti ingegnosi, le idee fulminee, mentre ha sempre avuto un respiro più faticoso nei titoli a tutta serata. In Alice tutto questo si accentua nella monotonia di una colonna sonora campionata dallo stesso Moses (imparagonabile al felice accostamento delle musiche di Peter Gabriel a Passion, per dire).
Qua e là, la zampata del maturo Peter Pan si fa vedere: le Alici sdoppiate, il coniglio reso dalle impronte che fuggono nel buio, lo stregatto psichedelico... Non basta a incantare. Non come succedeva nelle passate stagioni e nel suon di quelle.

06/04/2019

Rossella Battisti

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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