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Pro e contro

"Act of mercy" di Antonello Tudisco

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NAPOLI Un danzatore è già in scena mentre entra il pubblico. Chiede, e si chiede, nella sua inflessione straniera: “Che cos’è la misericordia? Non lo so. Ma voglio dirvi una storia”. E racconterà di come lui, vegano, amante della natura e degli animali, lavorando in un ristorante in Islanda, si sia dovuto adattare, non per scelta, a cucinare e servire carne di cervo a dei cacciatori. “Uccidere è un divertimento? Uccidere è una festa? Per me no – prosegue -. Credo davvero nelle mie scelte? Me ne importa? Me ne importa davvero? O lo faccio solo per sentirmi bene? Non lo so”. E dice la brutta sensazione che prova, mentre tiene sulle sue braccia un uomo come un agnello sacrificale, di sentirsi il corpo e la testa sporchi di sangue. È il prologo con cui si apre lo spettacolo Act of mercy, del coreografo Antonello Tudisco della compagnia napoletana Interno5, un concept, insieme a Vincenzo Ambrosino, per raccontare, ispirandosi al quadro di Caravaggio Le sette opere di misericordia,la pietà e la misericordia nel tempo presente. Nel dipinto sono rappresentati in maniera concitata, nella parte bassa diversi personaggi nell’atto di compiere delle azioni che esprimono le evangeliche opere caritatevoli, e, nella parte alta, una Madonna con Bambino accompagnata da due angeli che si sporgono.

Motore dell’azione coreografica è il loro precipitare sulla terra assumendo i corpi umani dei cinque danzatori. Esseri non spirituali ma misere creature del nostro tempo, corpi che, intenti alla salvezza, sono pervasi di una goffa e disperata bellezza. Così li vede Tudisco nel suo catapultarli sulla scena dapprima vuota, poi delimitata dall’alzarsi di una grande parete d’oro luccicante. In semplici ed essenziali abiti d’oggi, ci appaiono smarriti, paurosi, raggruppati o solitari, intenti nella lotta con loro stessi e con altri, e con quella che scoprono la realtà intorno. Senza descrivere, Tudisco evoca fortemente tutto ciò col linguaggio di una danza molto teatrale dove le braccia, protese, alzate, aperte o chiuse, febbricitanti, convulse, accoglienti, con le mani supplichevoli o portatrici di tenerezza, battenti a terra o sul petto, e i corpi statici o vigorosi, contratti, strattonati, a terra o tesi ad involarsi, dicono tutto dell'umana condizione della ricerca di relazione, dove l'aiutarsi, il soccorrersi vicendevole fatica a essere un puro gesto del cuore. L’atto caritatevole non arriva a compiersi, si vorrebbe ma ci si ferma un momento prima. È questo che sembrano esprimere le diverse sequenze che scorrono con lentezza di gesti, di posture anche reiterate che vorrebbero preludere a evoluzioni di movimento, e invece si fermano rivelando una incapacità e una impossibilità di portare a termine quell’azione generosa verso l’altro. Come quella del denudarsi della donna, e il tentativo di essere rivestita da un’altra persona accorsa da lei; o il continuo alzarsi da terra, l’aggrapparsi a un’altra figura immobile nella sua indifferenza, e ricadere sdraiato in posizione crocefissa; o il cercare conforto e rifugio su braccia impotenti ad aprirsi. Nel vagare, spostarsi, sostare, i danzatori spesso rivolgono il viso in alto, come se rimpiangessero il luogo da dove provengono, o forse nel segno di chiedere l’aiuto divino. Ritroviamo composizioni che sono vere epifanie coreografiche, ispirate all’iconografia pittorica e scultorea napoletana, come il Cristo velato in quel corpo steso a terra, morto, trasportato prima a fatica sulle esili spalle dell'unica danzatrice, poi ricoperto delicatamente di indumenti zuppi d'acqua estratti da delle bacinelle, strizzati anche a dissetare le bocche, e sparsi su tutto il palcoscenico. Come non vedervi in questa potente immagine, i corpi dei disperati restituiti dal mare? A determinare le intense atmosfere di Act of mercy è il tessuto sonoro di musiche elettroniche e cupi clangori, rotto da brevi Lieder barocchi, mentre il gruppo trova momenti di coralità con una danza dinamica tutta in diagonale, presto interrotta dallo smembrarsi via via dei singoli che si ritrovano, infine, attorno ad uno di essi accanto ad una casa in miniatura. Preso in braccio, accompagnano il suo reiterato tentativo di involarsi, di ascendere e far ritorno all’originaria dimensione celestiale. Ma cade a terra, condannato alla terrestrità.

 

21/03/2019

Giuseppe Distefano

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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