Danza&Danza Web

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Pro e contro

Nureyev. Nascita di una Icona (Pop)

Oltre a stella della danza ha rappresentato un'epoca

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Inflazionata la definizione di 'icona' si appioppa, oggi, a chiunque abbia un minimo di esibizionismo e/o magnetismo tali da solleticare l'immaginario collettivo e diventare riferimento da imitare, declinare, idolatrare. Le sempre più agguerrite tecniche di comunicazione, amplificate dai social, basate su elementi standard variamente declinabili congiurano a sviluppare strategie per trasformare l' 'eccezionalità' in materiale da far fruttare, anche a livello economico e commerciale. Sull'attuale scena internazionale della danza gli esempi cominciano ad essere numerosi: di due, antipodici eppure speculari, si potrebbe davvero studiare la fenomenologia – come a suo tempo fece Umberto Eco con Mike Bongiorno: Roberto Bolle e Sergei Polunin.

Ma c'è stato un tempo e un artista da cui tutto questo è iniziato. E forse, in occasione dell'anno dei suoi anniversari vale la pena di tornare a lui e al tempo in cui apparve – un tempo storico già di per sé in piena rivoluzione culturale e sociale, e in cui il disorienamento postbellico stava aprendo confliutti e ribellioni generazionali e ideologiche.

Rudolf Nureyev è stato infatti un antesignano anche nell'imporre una nuova immagine di uomo e danzatore in età moderna, superando il modello di Nijinsky – per altro idolatrato ed esaltato solo in ambienti fortemente caratterizzati come i salotti dell' aristocrazia europea e i circoli intellettuali – e irrompendo in una società consumistica e apparentemente livellatrice, in cui la massa, grazie al boom economico, aspirava a emulare il jet set.

Al di là della rocambolesca fuga dal regime sovietico in un gesto di ribellione che immediatamente ammanta a livello globale la sua vicenda di fascino romantico, immortalato in una delle sue prime fotografie 'occidentali'( lo sguardo febbrile, la fronte corrucciata, il viso rivolto lontano, sciarpa e capelli da bohemien, la postura comunque fiera, sulla panchina del Ponte degli Artisti di Parigi), ad incuriosire, attrarre, sedurre è proprio il modo in cui egli 'è' senza infingimenti, atteggiamenti studiati, pose. Selvatico e insieme delicato, irruente e insaziabile in scena e nella vita, da scoprire con la tanto agognata libertà, che Rudy ha saputo conquistarsi a totale sprezzo del pericolo.

Parlando di artisti si dice che 'lo stile lo fa l'uomo'. Nel caso di ballerini classici dell'epoca il rigore della disciplina accademica tendeva a renderli vagamente anonimi e incolori.

Nureyev con la sua foga, la sua danza sanguigna, la tensione sottesa in ogni legato e nell'espressione del volto rompe quello schema. La sua qualità personalissima di danzatore unita all'audace decisione esistenziale immediatamente convoglia l'attenzione dei mass media, che nell'una cercano di avvalorare il senso dell'altra. Un gioco di rifrazioni che amplifica l'aura del ballerino, rendendo ogni cosa che fa-fuori e in scena- 'sensazionale'.

Non a caso, immediatamente dopo il suo arrivo in Occidente, nel 1961 Nureyev appare in televisione: in Germania ( dove improvvisa la sua danza ne Le spectre de la rose, che contrariamente alle aspettative dei programmatori non ha mai studiato al Kirov) e subito dopo alla BBC e nei Bell Telephone Hour Show americani, portando la sua arte e la sua immagine nelle case degli spettatori. Tutto ciò che fa e come lo fa entra nei radar non solo dei mass media generalisti, i periodici e i giornali rosa, ma anche delle riviste giovanili e 'off' – come i bollettini universitari, tra cui il Berkeley Tribe, dell'omonima Università californiana da cui nel 1964 partiranno i primi moti studenteschi.

Certo trovarsi a Londra nei primissimi anni del decennio che segnerà la rivoluzione culturale, in quella Swinging London che impone a livello globale la nuova cultura giovanile, con mode, modi, musica e rituali che rompono schemi e regole pregresse, non fa altro che convogliare la naturale esuberanza, curiosità e fame di vita dello straordinario giovane ballerino verso tutta una serie di manifestazioni che, di rimando, ne consacreranno la leggenda.

Complice l'alchemica partnership con la seconda regina degli Inglesi Margot Fonteyn (“Chi è la più grande ballerina del mondo?” sembra aver chiesto appena ottenuto asilo politico: indicatagli Margot dichiarò subito che avrebbe ballato con lei), Nureyev assurge infatti immediatamente ai vertici di quella cosiddetta 'Nuova Aristocrazia' non più dettata dal ceto e dalle ricchezze ma dalla distinzione, unicità e carisma capaci di ispirare la gente e dettare le mode. Una élite nutrita da talento e estro, cui si sposa una irruente giovinezza, affascinante nelle esplicite sregolatezze. Ne fanno parte attori del New Cinema, fotografi, modelle, cantanti, hairstylists, sarti.

Sono quelli che vengono consacrati dal fotografo David Bailey nel suo Box of Pinups: trentasei personaggi -Rudy tra questi- di cui i ragazzi del tempo appuntano le foto nelle loro stanze. Rudy appare in perfetto abbigliamento mod: cappellino con visiera, foulard al collo, giacca taglio sartoriale, capelli a caschetto. Sembra un fratello di Paul McCartney. In quegli anni i suoi outfits detteranno legge fuori come in scena ( dove come si sa impone grandi innovazioni ai costumi). L'allure bohémien del fuggitivo si trasforma in trend fashion: i suoi completi optical alla Courrèges, gli stivali al ginocchio, i cappellini e le giacche attillate diventano celebri.

Celebrity selvatica di un mondo in cui tutto era fittizio, Nureyev ben presto diventerà una star del jet set, un 'party animal' pronto a frequentare grandi dame (Jackie O' e sua sorella Lee), rockstars (Mick Jagger), divi del cinema. Incorrendo anche in qualche incidente di percorso (celebre l'arresto, con Dame Margot, dopo un presunto 'droga party' a San Francisco).

Nel frattempo però danza in giro per il mondo, battendo ogni record di spettacoli. Insaziabile si nutriva di tutte le forme d'arte che l'Occidente gli svelava. E crea con Ashton (Marguerite & Armand) e McMillan; rimonta i suoi classici (Raymonda il primo a serata, nel 1964), firma le sue coreografie originali (Tancredi, 1966). Insomma non perde – né mai l'avrebbe fatto anche in seguito - il suo unico vero obiettivo: “Era un fiore selvatico, che si poteva toccare, accarezzare, ma era impossibile strappare. Le sue radici erano profonde, ben piantate in terra. Istinto, creatività,costante curiosità. Ma anche ferrea disciplina - questi erano i suoi obiettivi nella vita e nell'arte”, ha ricordato Baryshnikov. Forse, ancora oggi, una delle migliori chiavi per comprendere la sua elevazione a icona del nostro tempo.

nella foto Rudolf Nureyev con Roland Petit e Margot Fonteyn

25/10/2018

Silvia Poletti

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