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Danza&Danza Web

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Intervista

Kylian: "Dovere del creatore è guardare in se stesso"

in occasione del suo arrivo a Torinodanza nelle vesti di coreografo e filmmaker

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INTERVISTA PUBBLICATA SU DANZA & DANZA marzo/aprile 2016 n. 267

Un suo nuovo progetto avrebbe dovuto essere un piccolo film sulla Pantera Rosa e l'Ispettore Clouseau. Nel ruolo dell'ineffabile felino Sylvie Guillem; in quello del mitico poliziotto Sabine Kupfemberg. Avrebbe potuto far parte dell'ultimo spettacolo di Guillem, che aveva accettato l'idea entusiasta. Purtroppo, nonostante i buoni uffici di Julie Andrews, l'attrice moglie del regista cinematografico Blake Edwards detentore dei diritti della Pink Panther, ritardi nello svolgere le pratiche hanno costretto ad annullare la cosa. Almeno per il momento. Nello smartphone di Jiri Kylian c'è sempre una foto di Sabine con baffoni e trench, praticamente identica a Clouseau: “ E' straordinaria, in un secondo è riuscita a trasformarsi nel personaggio. Sono assolutamente affascinato da ogni aspetto della sua incredibile personalità e come dico sempre continuerò a lavorare con lei e su lei fino alla fine”.

Sabine come musa, il video come nuova forma di espressione. Maestro, ha deciso di lasciare la danza definitivamente?
Diciamo che oggi la cosa che mi interessa maggiormente è esplorare le possibilità espressive della compresenza di video e presenza dal vivo in scena. Mi affascina l'idea di un confronto diretto tra qualcosa che rimane immutabile nella sua apparenza e qualcosa che invece sta invecchiando momento per momento. E' un po' l'idea del confronto tra qualcosa che è già morto e qualcosa che sta vivendo. Così il nuovo progetto si basa su un dialogo fisico e teatrale di Sabine con la sua immagine registrata, seguendo l'impianto che ho usato recentemente in East Shadow. Qualcosa di schizofrenico e bizzarro, allo stesso tempo. Diciamo che ancora una volta esploro le cose che mi interessano di più:la velocità, il tempo, e l'invecchiare.

Quando presenterà questo nuovo progetto?
In questa parte della mia vita voglio lavorare senza scadenze. Se ciò che realizzo mi piace allora lo mosterò, altrimenti andrà bene lo stesso. Ho vissuto sotto pressione per così tanto tempo! Ho iniziato a dirigere il Nederland Dans Theater a 26 anni. E' stato un lavoro appassionante e faticoso, che ho imparato a fare giorno dopo giorno.Ma che quando penso di aver bene appreso non avevo più le energie e la passione per farlo. Ora ho deciso di essere libero.

Ma c'è sempre il lavoro della Fondazione Kylian. Come è strutturato?
Oggi esiste la Fondazione con sede a l'Aja e Praga e la Kylian Productions che segue la parte 'commerciale' del mio lavoro. Tutti i proventi di entrambe sono frutto del mio solo lavoro. Non devo chiedere a nessuno, anche se naturalmente esiste un board con il quale discutere le scelte e le strategie. Mi sento finalmente indipendente.

Quando vede i suoi lavori danzati da diverse compagnie quali sensazioni prova? Penso alla sorpresa di Petite Mort danzata in maniera molto energetica dall'Alvin Ailey Dance Company...
La cosa è complicata. Io non viaggio in aereo e quindi chiedo ai miei collaboratori di valutare la qualità e lo stile delle compagnie internazionali che mi chiedono un balletto. Probabilmente qualche volta funziona, qualche altra no. Sarebbe più facile dire no. Ma preferisco condividere le mie opere con altri e vedere come vi si relazionano. Sui titoli, specie quelli del mio primo periodo, faccio però molta attenzione. Alcuni ormai sono datati, vederli ancora in scena mi metterebbe in imbarazzo. Ma il messaggio di altri mi sembra ancora potente. Come Soldiers'Mass: oggi come ieri essere un soldato comporta un peso morale terrificante. O Symphony of Psalms, con la sua esplorazione del rapporto tra l'essere umano e il divino.

Crede che sia importante avere un solido legame con una tradizione per evolvere come autore?
Penso soprattutto che la danza per esistere debba avere bisogno di una 'ragion d'essere', qualunque sia l'estetica con cui si mostra. Sono fiducioso, ma oggi c'è un problema non da poco. Quando ho iniziato a coreografare sulla scena mondiale c'erano grandi autori, così diversi tra loro per filosofia e tecniche: Cunningham e Béjart, Balanchine e Graham... Ora, forse anche a causa della globalizzazione e delle tecnologie che permettono di vedere tanto in tutto il mondo molti lavori si somigliano. Essere informati è una buona cosa, ma dovere del creatore è guardare in sé stesso e trovare qualcosa di sostanziale, da poter essere condiviso con gli altri.

Vede troppa omologazione nella danza ipertecnicista o iperconcettuale?
Vedo soprattutto che ci sono troppi coreografi. Non voglio stigmatizzare nessuno, ma è vero che troppe cose sembrano essere attinte dallo stesso bacino. Ma è solo una fase. Ben presto le persone capiranno che l'individualità è una cosa molto, molto, molto importante. E se riesci a guardare dentro di te troverai cose che ti metteranno in connessione con gli altri. Ma tutto questo deve venire da una fonte interiore. Non esteriore.

 

ritratto di Joris Van Bos

 

12/09/2018

Silvia Poletti

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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