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Intervista

Bill T.Jones, l'impegno sociale e il piacere di danzare

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Una conversazione con Bill T. Jones è un confronto diretto che non riguarda mai la danza come arte a sé stante, qualcosa che si pratica, si impara e si mostra al riparo dalle cose del mondo. Dieci anni fa, durante un'intervista per un documentario intorno a Blind Date, spettacolo multimediale di deciso impatto politico, gli chiedevamo cosa cercasse in un danzatore. La risposta fu: “La stessa cosa che cerco in te, sincerità, onestà, rigore”. La persona, insomma, prima di tutto.

Sessantacinque anni compiuti in febbraio, Bill T. Jones ha esplorato insieme alla sua compagnia, la Bill T. Jones/ Arnie Zane Dance Company, fondata oltre venticinque anni fa con il compagno Arnie Zane, temi politici e sociali: l'Aids, l'identità di genere, la guerra contro l'Iraq, la discriminazione razziale, la memoria dell'olocausto, l'immigrazione. Titoli in cui la danza si intreccia spesso al canto, alla parola, al racconto, alternati a creazioni nelle quali è la fluidità del movimento a governare, senza per questo non sottendere sottotraccia il respiro del pensiero. Come in D-Man in the Waters, su musica di Felix Mendelssohn, un pezzo dedicato a Demian Acquavella, morto come Zane di Aids alla fine degli anni Ottanta, uno dei titoli di repertorio di Bill in cui la danza è più toccante, al di là che si conosca o no il motivo che la anima.

Bill dirige a New York, nel cuore del quartiere di Chelsea, il New York Live Arts, un centro che ospita eventi e progetti, fedele a un impegno deciso sulla relazione con la società. “Crediamo che l'artista giochi un ruolo come testimone della verità - scrive Bill nelle note di presentazione del centro - partecipando liberamente alle discussioni anche a costo di rischi personali. Crediamo che l'arte abbia la possibilità di creare comunità, punti di incontro, piattaforme per lo scambio di idee. Viviamo in un momento critico in cui le tendenze sociali, politiche, culturali stanno cambiando e questi tempi impegnativi richiedono un posto dove riunire le persone con cui esplorare i nostri valori comuni”.

Bill, i propositi del New York Live Arts sembrano oggi ancora più urgenti, dopo le elezioni e la fine della Presidenza Obama…

Sapete chi sono e conoscete cosa anima il mio lavoro. Non è un caso che io diriga un centro come il New York Live Arts. Abbiamo scritto quelle dichiarazioni perché era importante chiedersi: per cosa siamo qui? Quelle parole erano le nostre già cinque anni fa, le abbiamo ridette prima di queste ultime elezioni, le abbiamo ribadite durante la campagna elettorale, continueremo a batterci per le stesse cose. Al centro invitiamo molti artisti, alcuni sono decisamente impegnati politicamente, altri lo sono in modo più trasversale. Mi vengono in mente persone come Miguel Gutierrez, con la sua riflessione sul gender, o Roseanne Spradlin, che anni fa fece un lavoro sul vocabolario del balletto, sul corpo delle donne e il rapporto con lo specchio. Abbiamo un Humanities Festival che si chiama Live Ideas, diretto quest'anno dalla transgender Mx Justin Vivien Bond (tra gli ospiti in marzo Richard Move ndr.), uno spazio dove il pensiero e il movimento si incontrano, con modalità che non sono più quelle di Merce Cunningham o Trisha Brown. Invitiamo giovani artisti che si interrogano su cosa sia una performance, su quale sia la relazione con il pubblico, a volte sono irritanti, ma li anima una grande sincerità e mi interessa vedere come affronteranno quest'epoca repressa. Cosa succede quando gli artisti, come comunità, si sentono spaventati? Gli artisti come condividono i valori di tolleranza, coesistenza, che sono valori americani? Durante le elezioni abbiamo realizzato un'istallazione fatta in collaborazione con gli artisti di For Freedoms (comitato impegnato politicamente ndr.) invitando le persone a scrivere in un graffito cosa fosse per loro la libertà. Libertà dai tagli dei finanziamenti, libertà dalle tasse, libertà dalle menzogne... Un modo per condividere un pensiero con la gente, per creare una comunità.

Gli spettacoli Play & Play: an Evening of Movement and Music con musica dal vivo come nascono?

Altri titoli del mio repertorio, come la trilogia Analogy o come tanti miei altri pezzi, affrontano temi drammatici, ma oggi sento anche la necessità di qualcosa che rallegri. Mi pare che il pubblico abbia bisogno di provare piacere. Così ho pensato al progetto Play & Play. Story/, ad esempio, il pezzo su Schubert che presento in Italia, deriva il suo titolo da un altro mio pezzo, Story/ Time che feci anni fa anche a Roma. Ispirandomi a Indeterminacy di John Cage, in Story Time usavo il caso per determinare la struttura del pezzo che cambiava ogni due giorni, mutando la relazione tra le storie di un minuto che raccontavo seduto a un tavolino con alcune mele verdi davanti e la danza. Anche in Schubert uso la procedura casuale, introduco una coreografia astratta dentro una musica romantica, e l'effetto è quasi fiabesco, pur senza raccontare una storia.

Parliamo di Analogy: a Trilogy, in cui i temi sono la tragedia dei campi di concentramento, la storia personale di suo nipote, il romanzo Gli Emigrati di Sebald.

Questi miei lavori sollecitano domande come: cosa è una vita ben vissuta? Un tema che affronto con tre diverse storie. Nella prima con Dora, la madre di Bjorn (Bjorn Amelan, scenografo della compagnia e marito di Bill ndr), raccontiamo i sogni e le paure della II Guerra mondiale, nel secondo al centro c'è mio nipote, una vita complicata, con problemi di droga, una drag queen di talento che scrive canzoni pop, nel terzo si affronta il tema di chi emigra, di chi non ha più casa. Alcuni miei danzatori sono giovanissimi, potrebbero essere miei figli. Non so se amano leggere romanzi. Quello di Sebald ti mette a confronto con un emigrato che riflette su se stesso, su cosa significa aver dovuto lasciare la propria terra. Un tema a cui non si pensa, guardando gli emigrati solo come qualcuno che viene a casa nostra.

Qual è il processo con cui trova la relazione giusta tra la danza e questo genere di storie e testi? E cosa le interessare portare avanti con la sua compagnia?

Cito nuovamente John Cage che ci ha insegnato a mettere in relazione cose che non lo sono. Uso molto la procedura casuale. Con i danzatori passiamo ore in studio, creando sequenze astratte. Quando sentiamo raccontare la storia di un giovane tedesco che lavorava per un ricco ebreo prima della Grande Guerra e contemporaneamente vediamo danzare un duetto possiamo essere confusi, eppure dall'incontro casuale con il testo qualcosa si trasforma nella visione. Io continuo a sperimentare la relazione tra significato e immagine con parole e movimento, sentimenti e pensieri. Per questo da anni lavoro per far crescere una compagnia che sia veramente un ensemble. Amo dare ai danzatori l'opportunità di cantare, di parlare, di danzare in un modo che non hanno mai fatto, portando in scena i loro sentimenti e pensieri attraverso gli elementi della loro arte, lo spazio, il tempo, la relazione umana. Per creare qualcosa di bello da condividere con il pubblico. Certo io li sprono, a volte anche con questioni che li spiazzano, come quando abbiamo discusso, dopo le sparatorie ai neri, sul fatto che in America bianchi e neri non sono considerati ancora uguali. Un tema che non appartiene al mondo dell'arte? Riflettiamoci. Il fatto è che un danzatore deve farsi domande su quale sia la propria vita sempre, quando è in studio e quando è in metropolitana, chiedendosi cosa siano il fascismo, il conflitto tra le razze, cosa significhi stare al mondo. A volte sono duro, è difficile per me sfidare e abbracciare, ma i miei danzatori non saranno con me per sempre, un giorno dovranno andare avanti da soli. Non dobbiamo mai smettere di interrogarci. Abbiamo perso le elezioni. Come far ripartire l'impegno per la democrazia? A volte mi sento troppo vecchio, ma ho fiducia. Ci sarà qualcuno che ci riuscirà.

tournée

4 luglio,  /Time: Study II e Story/, Belvedere di Villa Rufolo,Ravello Festival, Ravello

7 luglio, Play & Play: An Evening of Movement and Music, Teatro Rossini, Civitanova Danza, Civitanova Marche

9 luglio, Play & Play: An Evening of Movement and Music, Chiostro di Santa Maria Novella, Florence Dance Festival, Firenze

11 luglio, Letter to my Nephew, Teatro Alighieri, Ravenna Festival, Ravenna

13 luglio, Play & Play: An Evening of Movement and Music, Teatro Comunale, Bolzano Danza, Bolzano

 

 

FOTO: Bill T. Jones in un ritratto di Christina Lane

21/06/2018

Francesca Pedroni

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