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Intervista

Molte sorprese nello "Schiaccianoci" di Volpini

Per il Balletto di Roma una fiaba natalizia in chiave ecologica

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Dall'idea di un’ambientazione diversa da quella originale, è scaturita tutta la drammaturgia del resto del balletto. Non più una casa ricca, borghese, ma la strada. È qui che Clara vivrà la sua trasformazione. Quella che la vedrà addormentarsi fanciulla e risvegliarsi adolescente, donna. Commissionata dal Balletto di Roma, la nuova versione coreografica di Massimiliano Volpini del celebre Schiaccianoci riserva molte sorprese. A partire dalla scena e dai costumi: un grande muro che segna il confine tra due mondi, e oggetti di scarto e materiale riciclabile per vestire tutti i personaggi.

Volpini, che cosa vedremo scenograficamente? Inizialmente un grande muro, al di là del quale c’è una ipotetica grande città. Di qua, invece, c’è un luogo di periferia abitato da gente che vive delle cose lasciate per strada. Che però vengono reinventate giocando. Per cui un bidone diventa un rifugio, una casa, o altro. Ma non c’è tristezza in questo modo di vivere sulla strada, bensì la gioia e spensieratezza tipica dei ragazzi. L’ispirazione era quasi quella delle comiche degli anni del dopoguerra, le simpatiche canaglie degli anni 30, o dei romanzi di Dickens. I ragazzi si vestono di abiti sporchi trovati in giro e cuciti con pezzi di camicia, gilè, pantalone, come a significare che la vita si adatta a tutte le cose. Allo stesso tempo non volevo ignorare l'aspetto sociale: questi ragazzi sì sono felici, ma non sono benvoluti. Ed ecco perciò che i topi della storia tradizionale, che qui sono dei guardiani, dei vigilantes, gli danno filo da torcere per cacciarli via. E la nota battaglia sarà tra i due schieramenti.

Ci sono anche tutti gli altri personaggi del libretto originario? Non ci sono altre figure se non questi ragazzi. Ho abolito i genitori, gli invitati, i regali e le bambole. Non c’è neanche il principe. Al suo posto c’è un ragazzo che, nel prologo, vedremo fuggire dal muro attraverso un buco nascosto, per tentare la fortuna nella grande città. Nella fuga perderà il cappello da aviatore che indossava. Dopodiché prende vita il quartiere con i ragazzi che giocano. La cosiddetta danza degli invitati consisterà nel giocare a imitare i ricchi signori indossando degli enormi cappotti fuori misura, non si sa se rubati o trovati.

Come prosegue la vicenda? Il re dei topi, cioè il capo guardiano, irromperà cercando il fuggitivo, e affiggerà un manifesto con scritto “wanted”, ricercato. Per Clara quella figura diventerà l’oggetto dei suoi sogni, il suo eroe. Ci sarà un gioco di ombre generate da Drosselmeyer, ombre che nella fantasia di Clara, spaventata, diventano mostruosi. Drosselmeyer gli metterà in testa il cappello dell'eroe che la proteggerà. Quando i topi arrivano in cerca del fuggitivo, riconoscendo il suo cappello rapiranno Clara. Con un’armata imbastita di carrelli della spesa che diventa un carrarmato, dei tappi di bidoni e altri attrezzi, i ragazzi si trasformano in guerrieri pronti alla battaglia con i topi. C’è quindi l’incontro tra Clara e il ragazzo tornato per aiutarli. Con il celebre passo a due entriamo nella metafora, la parte magica e di fantasia, nella testa di Clara, con il muro che in parte si apre assumendo la sagoma di un abete. E per la prima volta vedremo che oltre il muro c'è vita, c’è una città che si accende. Lui invita Clara ad andare oltre il muro, ma lei ha paura. A questo punto arrivano tanti cloni di Clara, con lo stesso cappello e impermeabile. È Clara che, in questo momento di eccitazione, si moltiplica in una danza di grande phatos, perché la musica della neve è potente. E decide di seguire il suo eroe oltrepassando il muro.

E arriviamo al secondo atto… Oltre il muro i due trovano delle figure dai costumi bizzarri fatti di ruote di bicicletta, di tappi, di guanti di plastica e altri oggetti frutto della fantasia di Clara. Siederà anche su un piccolo trono fatto da un bidone, trasportata poi sopra un carrello che funge da trono nuziale, vestita di fogli di giornale. È quel mondo di spazzatura, di materiale povero, da cui lei proviene, e che sogna bellissimo, fantasioso. La danza russa è fatta dagli stessi topi e da tutti gli altri dai colori diversi, mischiati, a voler dire che in quel mondo non ci sono distinzioni, che ogni diversità è ben accetta.

Che cosa succede alla fine? Viene proiettato un video che rappresenta una sorta di flashback, un rewind. Come se tutto quello che è successo nel secondo atto, velocemente tornasse indietro nella testa di Clara. E si ritorna al momento in cui lei incontra il ragazzo che la invita ad attraversare il muro, un portale verso un altro mondo. Tutta la metafora è su questa fuga verso un’avventura inedita, anche se poi non si sa se la città che trova è brutta o bella.

Tutta l’impalcatura della storia racchiude un messaggio? Messaggi ce ne sono tanti. Oltre all’aspetto ecologico volevo soprattutto raccontare un altro punto di vista, considerando che oggi i muri sono di “gran moda”. È diventato un problema capire cosa c’è al di là di essi, dove ci sono gli altri che non conosci. E penso ai tanti ragazzini che giungono sui barconi, che decidono di partire senza sapere cosa succederà, cosa sarà del loro futuro, cosa ci sarà ad attenderli, e se ce la faranno. Sanno solo che devono scappare. Nello spettacolo è quello che fanno Clara e il fuggitivo: quando oltrepassano il muro lei sogna un mondo ideale, ma in realtà non sappiamo cosa troverà. L’importante però è fuggire, tentare davvero di avere una chance.

La storia, come sempre nello Schiaccianoci, è tutta nel primo atto. Il secondo è una carrellata d’invenzioni musicali e coreografiche com’era d’uso nell'Ottocento dove c’era bisogno di creare sequenze di danze tecnicamente più virtuosistiche, stilistiche. Lei ha mantenuto, comunque, la struttura canonica… Assolutamente sì. Della bellissima struttura musicale mi piacerebbe che si cogliessero tutti i legami con il balletto originale, anche se con grande libertà. Ho tolto solamente un paio di brani che drammaturgicamente non ritenevo necessari.

Nella sua versione la scoperta e la conoscenza di un altro mondo è ciò che fa maturare Clara? Sì, ma anche la decisione di partire, di andare, di abbandonare un mondo, la protezione di Drosselmeyer che per lei è quasi un padre. La cosa che più di tutte caratterizza l’età adulta, lo sappiamo, è decidere di abbandonare una sicurezza e partire, stare da soli, non avere più la protezione della famiglia, del proprio mondo.

Com’è rileggere, rivisitare, un balletto del grande repertorio classico? È molto impegnativo. Mi piace stravolgere e allo stesso tempo rimanere fedelissimo, nel senso di andare all'assenza del racconto. Avendo una formazione classica, scaligera, amo rispettare la tradizione del balletto. Partendo da una conoscenza profonda di essa si può decidere poi di rispettarla pienamente o prendere solo dei riferimenti e inserire delle citazioni. Inoltre, essere fedeli alla musica, per me la traccia più importante. M’interessano meno certe invenzioni solo per il gusto di stravolgere. Credo che si può fare tanto nel modo in cui si racconta una storia. Basta cambiare la modalità.

Questa è la prima volta in cui affronta un celebre titolo della grande tradizione. Diciamo che mi sentivo pronto per farlo. Balletti narrativi ne ho realizzati tanti. Mi piace raccontare. Dire oggi balletto narrativo sembra una cosa un p0’ datata. In realtà credo che sia un’esigenza moderna perché difatti oggi anche i coreografi più contemporanei cercano, a modo loro, il grande titolo. Addirittura Wayne McGregor con Virginia Woolf ha approcciato a uno stile narrativo anche se molto lontano dal suo linguaggio.

Si amano sempre le grandi storie… Bisogna trovare nuovi modi di raccontarle, non necessariamente originali o nuovissimi. È ovvio che la pantomima o un certo tipo di fare teatro, non sono più tollerabili. Ma uno spettacolo con una storia, se è raccontata bene, se i personaggi sono giusti, funziona e, forse, può durare nel tempo. Bisogna però che abbia una sua anima.

Spesso lei ha utilizzato il video, le immagini digital… Mi piace usare questi mezzi tecnologici ma in maniera funzionale, devono essere al servizio di un’idea, di una necessità drammaturgica. Video, ombre cinesi, ologrammi devono avere una funzione precisa. Credo molto in questo Schiaccianoci. C'è tutta la mia visione coreografica, teatrale e artistica, una summa del mio lavoro. Ci sono tutti gli elementi che mi hanno segnato nel tempo, per cui se non funziona poi sarà un problema solo mio.

 

debutto a Montalto di Castro, Teatro Lea Padovani, l’1dicembre.

7 dicembre, Cormons
8 dicembre, Chioggia
9 dicembre, Zerobranco
10 dicembre, San Marino
13 dicembre, Montecchio Maggiore
14 dicembre, Jesolo
15 dicembre, Carpi
16 dicembre, Bologna, Teatro Duse
19 dicembre, Vignola
20 dicembre, Piombino
21 dicembre, Massa
22 dicembre, La Spezia
dal 30 dicembre al 2 gennaio 2018, Milano, Teatro Carcano
5 e 6 gennaio, Cesena, Teatro Bonci
19 gennaio, Padova, Teatro Verdi

30/11/2017

Giuseppe Distefano

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