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Pro e contro

Ritratto di Kader Attou

Il suo "The Roots" in programma all'Ariosto il 6 aprile e al Ponchielli l'8

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Tra i primi, complice il collega Mourad Merzouki, ad aprire una ‘strada francese’ all’hip hop, sdoganandolo dalla strada per farne un linguaggio artistico totale perfettamente consono al palcoscenico, Kader Attou è stato anche il primo coreografo proveniente dall’ambito hip hop a ricevere l’incarico di direttore di un Centro Coreografico Nazionale. Dal 2008, infatti, Kader Attou è alla guida del CCN-La Rochelle Poitou-Charentes, il Centre Chorégraphique che in origine fu di un punto fermo del fenomeno nouvelle danse: Régine Chopinot.

In piena febbre di breakdance nella Francia di fine anni Ottanta è Kader Attou a farsi promotore attraverso la compagnia Accrorap (fondata nella periferia di Lione nel 1989) di una nuova questione di ‘senso’ e di sviluppo artistico di questa cultura. “Una danza di appropriazione l’hip hop”, spiega Kader Attou. “Sin dagli esordi ha fatto propri i codici del mimo, della danza contemporanea e del burlesque. Si è integrata, grazie alla sua ingegnosità, nella rete teatrale senza mai perdere la sua essenza. Per questo il suo ingresso a un CCN deve essere letto come una naturale logica evolutiva. Un CCN è lo strumento perfetto per mettere al sicuro la sua conservazione, il suo repertorio e la sua trasmissione”.

Dal primo successo, Athina, presentato nel 1994 alla Biennale de la Danse di Lione, molta la strada percorsa secondo una singolare apertura al mondo, e alle altre discipline. E’ con Kelkemo, 1996, che Attou traduce sul palcoscenico un’esperienza di vita vissuta tra il 1994 e il 1995: l’incontro dei bambini rifugiati bosniaci e croati in un campo di Zagabria. Con Prière pour un fou, 1999, parla dell’Algeria, la sua terra natale; in Anokha (2000) fa incontrare l’Occidente e Oriente innervando di spiritualità l’hip hop coniugato alla danza tradizionale indiana. E così via fino ai celebri Douar (2003) sul tema dell’esilio e cassa di risonanza dei sentimenti dei giovani emigrati nelle periferie francesi e algerine, e a Petites histoires.com (2008), grande successo di critica e pubblico. Il circo contemporaneo compare per la prima volta nello spettacolo Trio, del 2010, poi è la volta della musica del compositore polacco Górecki per Symfonia Piésni Załosnych (2010) che lo trasporta nell’indagine degli aspetti compositivi, nelle strutture melodiche anziché ritmiche. Fino alla svolta, due decenni dopo gli esordi. La voglia di tornare alle origini. Con The Roots (2013) tratteggia un magnifico omaggio alla danza hip hop pura, interpretato da undici danzatori al massimo della loro arte. Un lavoro intorno all’idea di massa e di corpo ‘multiplo’ che si ripete nel successivo Opus 14.

“Sia The Roots che Opus 14 - racconta Kader Attou - seguono lo stesso percorso di ritorno alla fonte e alle radici dell’hip hop, ma in maniera differente. In The Roots c’è un forte contenuto narrativo mentre in Opus 14 no, è piuttosto una somma di istantanee, una catena di emozioni di cui ogni danzatore è depositario”.

In quest’ultimo lavoro, infatti, sedici hip hoppers di ambo i sessi mostrano la potenza, il dinamismo e la forza collettiva della massa. Opus 14, quattordicesima creazione - come ricorda il titolo - di Kader Attou, che ha debuttato nel 2014 alla Biennale de la Danse di Lyon, potrebbe sembrare un paradosso per un genere come quello della danza di strada che vive della sfida del singolo sugli altri, che è ricerca costante di un’identità, pur nella richiesta d’appartenenza. In realtà non lo è perché qui lo scopo del coreografo è incarnare una collettività in marcia che si ritrova nelle figure virtuose e negli unisoni impeccabili, magari concatenati senza imbarazzo con assoli altrettanto sbalorditivi. Il soffio travolgente di una comunità che danza in totale osmosi, organica, elegante prende forma in un ambiente visivo essenziale: sul pavimento una sorta di tappeto di sabbia, terra malleabile e in continuo cambiamento, e sullo sfondo disegni sfumati che ricordano onde e fiori. La musica è un collage firmato da Régis Baillet che mescola suoni acustici, elettronici, citazioni di Caruso e brani di Bizet.

E’ invece sul piano delle emozioni e dei ricordi “delle mie prime sensazioni sull’hip hop a dieci anni quando ho scoperto alla televisione la trasmissione H.I.P. H.O.P. di Sidney” che si snoda The Roots, viaggio in più quadri nella memoria del coreografo. La scenografia è semplice: un tavolo, una vecchia poltrona, un giradischi di vinile crepitante. L’atmosfera è d’antan ma la danza è effervescente nelle sue infinite declinazioni di figure e stili. Virtuosismo mozzafiato ma vale la pena ricordare che a Kader Attou interessa molto di più che la danza lasci un’impronta emozionale sullo spettatore.

30/03/2017

maria luisa buzzi

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