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Intervista

Marianela Nunez Diva Non-Diva

L'etoile latina del Royal Ballet si racconta

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LONDRA. All'inizio, quando è apparsa sulla scena della Royal Opera House, di Marianela Nuñez colpiva la straordinaria pulizia stilistica e quel virtuosismo 'morbido' ma solido come una roccia. L'espressione era altrettanto asciutta: ma dal viso timido da bambina trasparivano però tenacia e persistenza nel raggiungere l'obiettivo. L'aveva ben capito l'allora direttore Antony Dowell che subito fece saltare a Marianela due ranghi della gerarchia e a diciotto anni le offrì un contratto da first soloist. Oggi, dopo qualche anno,Nela l'argentina (anche se formata in parte alla Royal Ballet School, dopo la scuola al Colon di Buenos Aires) è di fatto la ballerina più rappresentativa del Royal Ballet: dopo le partenze di Cojocaru e Rojo, è infatti lei tra le più amate, con stuoli di fan.

Nuñez però non ha affatto l'allure da diva; anzi è simpaticamente realista, ma anche molto onesta quando afferma che: “Per me è sempre stata una cosa speciale far parte del Royal Ballet. Sono entrata in corpo di ballo a sedici anni e tutta la mia carriera si è svolta al suo interno. E' la mia casa. Ho lavorato molto duramente per raggiungere il top e ora che ci sono mi sento molto fortunata.”

Il Royal Ballet si distingue per la qualità interpretativa dei suoi artisti. Anche lei nata come pura virtuosa oggi è interprete rilevante. Come si lavora su questo aspetto della danza?
Ovviamente c'è la ricerca fatta di, approfondimenti personali sui personaggi che andrai a interpretare e il contesto in cui agiscono. Poi c'è lo studio della coreografia, con la comprensione di ciò che l'autore vuole dirci. Ma alla fine sul tavolo metti anche le tue sensazioni, le esperienze che tu stessa hai vissuto. In più proprio per essere al Royal Ballet sono circondata da personalità incredibili che aiutano a sviluppare gli aspetti drammatici. Negli anni sono stata molto fortunata e adoro oggi poter alternare ruoli drammatici a ruoli puramente tecnici. Naturalmente sono importantissimi i coach: il mio maestro Aleksander Agadzhanov che mi segue per i grandi balletti, ma anche i direttori: oggi Kevin O Hare, ieri Monica Mason o Antony Dowell che hanno sempre vigilato affinché io fossi al mio meglio in scena. E poi i maestri che arrivano costantemente da fuori. Nutrimento continuo. E' esattamente quello che volevo. E ne sono molto felice.

A parte i coreografi residenti (McGregor, Wheeldon e Scarlett) il Royal Ballet sembra molto difficilmente aprirsi ad altri autori di oggi. Ne sente la mancanza? Ha curiosità di lavorare con qualche altro autore?
I nostri coreografi residenti fanno un lavoro straordinario e sono così diversi... ecco anche perchè il Royal è un posto speciale dove tutti vogliono venire E' un luogo privilegiato, che mi consente di espandermi come artista; quindi cosa si può chiedere di più?

Ma al di là della sua vita teatrale, vivendo a Londra immagino che avrà modo di vedere molti spettacoli. Segue per esempio la stagione contemporanea al Sadlers'Wells?
Assolutamente! A Londra ci sono infiniti stimoli, qualsiasi forma di espressione culturale e i più diversi punti di vista. Vado a vedere tutto, dal classico al contemporaneo. Per esempio recentemente ho visto al Wells uno straordinario spettacolo di tango, che adoro,. O qualche mese fa, sono rimasta incantata da Alessandra Ferri in Chèri.

Sebbene viva a Londra da quando aveva quindici anni, la sua origine latina non sarà sparita. E' un tipo passionale? Come si è trovata a vivere in un paese così diverso anche nel modo di gestire le emozioni?
E' divertente perchè noi argentini veniamo intesi come latini e quindi passionali, ma siamo latino/americani, cioè abbiamo quel sano pragmatismo del nuovo mondo. Ma del resto, anche se forse ora le sono un po' cambiate, le nostre radici sono europee – un crogiuolo di spagnoli, tedeschi, italiani, francesi...- e quindi abbiamo radici culturali molto legate alle nostre origini. Quindi in un certo senso siamo la combinazione di due forme mentali. Io almeno mi sento così. Diciamo che prevale l'aspetto passionale, in genere, nella mia abitudine di dire chiaramente ciò che penso.

Lei è molto amata anche in Italia...
Sono felicissima di ballare in Italia, dove si sente che la gente mi segue con affetto. Anche quando ho danzato alla Scala mi sono sentita avvolta da un grande calore umano: non solo da parte degli spettatori ma anche la compagnia mi ha accolto magnificamente, mi ha davvero commosso. Per questo spero di tornare a Milano molto presto. (ad ottobre 2017 per Onegin, ndr.)

 

03/03/2017

Silvia Poletti

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