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Pro e contro

La giovane Francesca Mommo si cimenta in Ballet Mécanique

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MONTEPULCIANO  Non capita spesso che un coreografo si faccia notare ai suoi esordi. Ancor meno se è giovane: ha appena 21 anni Francesca Mommo e frequenta il secondo anno di formazione tecnico-compositiva all’Accademia di danza, ma il suo Ballet Mécanique è roba raffinata, cesellata con aderenza alla non facile musica di Georges Antheil.

E – particolare degno di nota – non si tratta di un assolo o un duo ma di una composizione per ben otto danzatori, insomma un gruppo vero e proprio. Il merito della produzione va al Cantiere Internazionale d’arte di Montepulciano – una vocazione da sempre per la scoperta di giovani talenti – diretto in questa 41esima edizione da Roland Böer, che ha lanciato un bando per un nuovo allestimento di Ballet Mécanique, bizzarra partitura per quattro pianoforti e percussioni che Antheil creò nel 1924 per il film dadaista di Fernand Léger creato in complicità con il regista Dudley Murphy e i suggerimenti di Man Ray. Il progetto di Francesca Mommo è stato quindi selezionato fra molti e inserito nel galà di danza del Festival, aperto da Terra blu di Francesca Selva e L’usignolo dell’imperatore in omaggio a Henze – compositore che al Cantiere ha dato impulso e anima per molti anni -, una piccola e dignitosa coreografia di Maria Stella Poggioni eseguita con garbo dai danzatori allievi dell’Ecole de ballet di Sinalunga.

Alla resa del palco, Ballet Mécanique vince con un netto match point la partita con l’opera della veterana Francesca Selva, un curriculum stellare da danzatrice (persino Roland Petit tra i suoi trascorsi) ma una confusa proiezione di idee coreografiche in questo Terra blu, mal meticciato anche nella scelta di musiche (ci vuole genio per accostare il canto armonico tibetano al minimalismo pop). Francesca Mommo invece ha la capacità di disegnare percorsi chiari tra le sonorità estrose di Antheil – peraltro dirette con altrettanta meticolosa precisione da Alessandro Ferrari. Senza mettersi a inseguire le psichedeliche visioni del film, Mommo elabora una trama per suo conto, vagamente triadica con costumi da Bauhaus. Un affresco scheggiato, metafora della ricerca di un incontro perfetto che sfugge sempre all’abbraccio finale. Fedele a suo modo alle linee schizzate del dadaismo, eppure dotato di una freschezza di corpi contemporanei (quelli, per inciso, di altrettanto giovani danzatori dell’Accademia). Sorprendente, piacevole, ben congegnato. Meritevole di essere ripreso in qualche cartellone invernale. Intanto, aspettiamo volentieri al varco Francesca Mommo per conferma del suo talento.

10/09/2016

Rossella Battisti

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