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Intervista

Il neo-modern di Pascal Rioult intorno a Bach

Al Giovanni da Udine l'11 aprile

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“Bach è per me l’inizio e la fine di tutta la musica”. Così Pascal Rioult anticipa la sua ultima esplorazione immaginativa, sezione finale della trilogia coreografica su figure di singoli compositori: Serata Bach. E dopo Stravinskij e Ravel, il coreografo normanno attivo a New York da oltre un ventennio torna in Italia (l’11 aprile è al Teatro Nuovo Giovanni da Udine) con un collage di quattro brani dell’intramontabile compositore di Lipsia, interpretati dalla Rioult Dance New York.

Un matrimonio perfetto tra due linguaggi per lui da sempre complementari: “L’apprendistato della composizione mi ha aiutato a diventare un coreografo e un coreografo di forte costruzione architetturale”. Le pièces in scena, realizzate tra il 2008 e il 2015 sono: Views of the Fleeting World, ispirato all’omoni­ma serie di xilografie dell’artista giapponese Hiroshige, su L’arte della fuga; City, sulla Sonata per violino e pianoforte in sol maggiore, Polymorphous, basato su Preludi e Fughe da Il Clavicembalo ben temperato e Celestial Tides, sul Concerto Brandeburghese No. 6 in si bemolle maggiore.

Rioult, la visione del sacro di Bach è una scelta quasi “fisiologica” per un autore del suo calibro?
Sì, certo, fisiologica e psicologica. Bach sembra toccare il cielo avendo i piedi fortemente piantati al suolo – il Mondo – ed è una cosa che cerco di raggiungere nel mio lavoro. La sua musica è trascendentale e ci mette in contatto con il Cosmo del quale siamo allo stesso modo al centro e un’insignificante particella. Sa connetterti con il più intimo e il più universale. È proprio lui che parlava di ‘Music of the Spheres - mysterium harmonicum’. Ma per me Bach è sia sacro che profano ed è così che lo coreografo.

Nel suo linguaggio prevalentemente astratto l’uomo è centralmente saldo?
Sì, l’uomo è sempre il centro. Qualsiasi sia il grado di astrazione, parliamo e pensiamo attraverso la nostra esperienza umana, a cui non possiamo sfuggire ed è una buona cosa. Questa umanità diventa una blood memory (memoria di sangue). La danza e il linguaggio corporeo ne sono una traduzione molto diretta di facile interpretazione. E’ un linguaggio universale. Come dice Kundera:‘Noi non utilizziamo i gesti, i gesti ci utilizzano’.

Quanto della sua cultura di appartenenza, lei è nato in Normandia, resta nel suo lavoro?
Difficile a dirsi. Ma probabilmente il mio amore e bisogno della natura. Come Mahler, cerco sovente di metterla in qualche parte della mia opera.

New York lei l’ha definita capitale della danza. È ancora così ?
Penso di sì, anche se non è più così vero come negli anni ‘70/’80. La danza contemporanea si è evoluta talmente in Europa! La differenza per me è che, seppure europeo, il mio lavoro si iscrive  nella linea della modern dance americana, che ha pochi veri discepoli in Europa. Si potrebbe chiamarla neo-modern, così come Balanchine è un neoclassico.

 

 

08/04/2017

Elisabetta Ceron

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