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Intervista

Cédric Charron e Isabelle Chambon: con e senza Jan Fabre

Intervista di coppia

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Corpi nervosi e potenti, tanto debordanti sulla scena quanto discreti e dimessi nella vita. Danzatori-feticcio di Jan Fabre, Cédric Charron e Annabelle Chambon incarnano alla perfezione quel gioco di ricerca di equilibrio tra gli opposti fondante nel teatro di Jan Fabre. Inseparabili nella vita di tutti i giorni e coppia artistica inossidabile, in più occasioni si sono trovati sul palcoscenico in solitaria, quando l’artista fiammingo ha pensato di esaltarne le qualità e l’unicità. Su e con Annabelle, Fabre ha creato l’assolo Preparatio Mortis; con Cédric Attends, attends, attends…(pour mon père). Quarantadue anni lui, quaranta lei, sono la coppia d’elezione di Troubleyn. Vita artistica e privata si intrecciano in questa intervista a due voci realizzata nella loro casa nei pressi di Bordeux in una pausa dalle repliche del mastodontico Mount Olympus in cui sono in scena entrambi per 24 ore consecutive.

 

Inevitabile inizio. Come vi siete conosciuti?

Cédric. A Bruxelles. Una storia che ricorda quella di Cenerentola. Ci siamo incontrati in un teatro, ci siamo parlati e immediatamente mi sono accorto che Annabelle aveva qualcosa di speciale. Quando lei è uscita da quel teatro ricordo il primo pensiero: “perché ho lasciato che se ne andasse?” Da quel momento ho fatto di tutto per incontrarla nuovamente, mi sono dato da fare…

Annabelle. L’ho incrociato per la prima volta sulla scena. Solo successivamente ci siamo parlati. È stato in incontro inevitabile.

 

Quale dote, qualità, vi ha colpito dell’altro?

Annabelle. Sono rimasta ammaliata dal suo charme, dalla sua presenza scenica…

Cédric. Io completamente soggiogato dalla sua femminilità. E non parlo solo di quella che emerge sulla scena; lei ha una forza che va oltre la bellezza fisica, che appartiene al cuore.

 

Parlando d’arte: con Jan Fabre è cominciata la vostra carriera di interpreti. Cosa comporta e com’è il lavoro con Jan? Cosa chiede a chi lavora con lui?

Annabelle. Intanto Jan non utilizza mai la parola interprete riferendosi a noi. Siamo performer al servizio di un progetto artistico comune, di un processo di ricerca collettivo. In altre parole, una volta scelto il tema di lavoro siamo noi a creare direttamente sul palcoscenico e Jan sceglie come utilizzare quello che noi gli proponiamo costruendo così la messa in scena globale.

Cédric. Noi portiamo del materiale grezzo al nostro ‘capitano’. Perché è evidente che è lui a firmare la coreografia e l’opera. Non vorrei essere frainteso, non si tratta di rivendicare un’avventura collettiva ma di far chiarezza intorno a un modo di lavorare e di determinare una creazione. Noi performers, senza dubbio, siamo il cuore della creazione.

Soprattutto voi due, di creazioni ne avete determinate parecchie in quanto scelti da Jan per emblematici assoli in cui voi, sulla scena fate un tête à tête con la morte: un tema-ossessione del vostro ‘capitano’. Come sono nati “Preparatio Mortis” e “Attends, “Attends, Attends…(pour mon père)”?

Annabelle. Il mio solo racconta la vita attraverso la morte. È un’ode alla vitalità e alla forza di vivere. Parla di quell’instante in cui abbiamo tutto e la fatalità cambia improvvisamente le cose. Fatalità che è magnifica e che non fa paura a Jan. Ha attraversato il coma, esperienza che lo ha certamente segnato, ma che affronta con disinvoltura e libertà. Il materiale del pezzo arriva a toccare profondamente il mondo del sonno, il rapporto tra la dimensione fisica e intellettuale del corpo e questo porta a individuare anche un nuovo modo di performare. Non c’è autobiografia in questo pezzo, nel senso che non è stato costruito su una mia storia, contiene però tutta la mia capacità di mettere in campo le mie pulsioni interiori… 

Cédric. Il mio, invece, è piuttosto autobiografico perché basato sulla mia relazione con Jan Fabre. Anche il punto di partenza, il titolo, si riferisce a un’espressione che io uso spesso quando sono sul palcoscenico con lui e improvviso. Succede che io mi fermi e gli dica “aspetta, aspetta!”, espressione educata per prendere una pausa di riflessione. Immagino che lui abbia pensato “ma chi è questo piccolo francese che osa fermarmi!”. Del resto io non ho mai messo Jan su un piedestallo, è un grandissimo artista, ma quando lavoriamo insieme lo fermo spesso. Negli anni abbiamo capito che avevano un valore queste pause, questo arrestarsi durante le prove. Jan ha voluto fare questo assolo per rendere omaggio alla relazione padre-figlio, partendo da cose importanti per lui, ma anche dalla nostra relazione ‘filiale’ sviluppata in sedici anni di lavoro comune.

 

Insieme, per sviluppare vostri progetti, avete fondato Label Cedana…

Annabelle. Cedana risale a molto tempo fa. Nel 2002 c’era venuta l’idea di metterci alla prova come autori ricercando quello che poteva uscire dai nostri corpi e dalle nostre menti senza Jan. Così abbiamo costituito un’associazione con cui sono nati diversi spettacoli. Poi nel 2006 il primo figlio (seguiranno i due gemelli che oggi hanno 4 anni), l’impegno crescente con Jan…nel 2008 abbiamo capito che avevamo bisogno di respirare e ci siamo fermati.

Cédric. Tre anni fa, però, abbiamo ricominciato, senza velleità di fare produzioni e spettacoli così come solitamente si intendono, ma per il piacere di essere dentro il processo di creazione. Sono nati I promise this in the last time e, il 25 gennaio 2017, presentiamo a Le Cuvier-Centre de Développement Chorégraphique di Bordeaux la nuova creazione Tomorrowland, un progetto di 30 minuti in una serata condivisa con altri autori, in cui siamo accompagnati dalla musica elettronica live di Jean-Emmanuel Belot.

Curiosa è stata anche la vostra partecipazione di coppia al progetto coreografico “Montre moi ta Pina” in cui 28 artisti sono stati chiamati a raccontare Pina Bausch. Cosa rappresenta per voi Pina?

Annabelle. E’ un grande dinosauro, come del resto Jan. La differenza è che Pina non l’abbiamo mai conosciuta personalmente. E questo è un dispiacere perché mi sarebbe veramente piaciuto incontrarla e lavorare almeno una volta con lei.

Cédric Fa parte di quel gruppo di artisti che ti ispira profondamente e che tu, della generazione successiva, ti puoi prendere la libertà di ‘sminuzzare e malmenare’ tanto grande e magniloquente è la sua opera.

 

Vivere e lavorare insieme. Non è facile, in più avete tre bambini da gestire e molte tournée nel mondo. Come fate?

Annabelle. Il segreto è avere dei nonni vicini e molto disponibili (risata).

Cédric. Abbiamo scelto di non vivere in una grande città, così che i nonni potessero venire ad abitare vicino a noi. Se guardo fuori dalla finestra vedo la casa dei genitori di Annabelle. I bambini, quando siamo a lungo in tournée si trasferiscono da loro: hanno una cameretta qui e una là. E poi ogni tanto vengono anche i miei genitori a darci una mano.

 

Insomma, tutto semplicissimo…

Annabelle. Sì, direi che è facile perché abbiamo la fortuna di avere tre bambini meravigliosi che accettano la situazione.

Cédric. Ci organizziamo. Ad esempio quando siamo in creazione con Jan per lunghi periodi ci trasferiamo tutti ad Anversa. Per Mount Olympus abbiamo lavorato un anno e siamo stati tutti là.

 

I vostri figli sono già venuti a vedervi a teatro?

Annabelle. Il maggiore ha visto qualche assolo e ogni tanto chiede di assistere alle prove. Non tutte le scene però sono adatte a un bambino della sua età. Ci seguirà più avanti…

 

Visto che avete accennato a “Mount Olympus”, spiegateci come si sopravvive a uno spettacolo di 24 ore filate?

Cédric. E’ una domanda che ci facciamo tutti i giorni.

Annabelle. Beviamo delle pozioni magiche di limone e zenzero (risata). E’ una questione mentale, ci si prepara esattamente come i grandi atleti a degli sforzi sovrumani. E’ una maratona. Impari ad amministrare le forze, a gestirle.

Cédric. Il problema non è fare lo spettacolo, quanto recuperare dopo. E’ uno choc che dai al tuo corpo, credo che tutti siano capaci di non dormire una notte, ma gestire i postumi non è semplice. Devi adottare delle strategie per lo sforzo e dopo lo sforzo: ingerire tanto magnesio, vitamina C, idratare molto il tuo corpo, magari con la pozione magica di Annabelle…

 

Voi due fate parte del nucleo ristrettissimo di insegnanti delle linee guida per “la formazione del performer del XXI secolo” secondo Jan Fabre. In cosa consiste questo lavoro?

Cédric. Il Jan Fabre teaching group è nato qualche anno fa con lo scopo di cercare di definire una serie di esercizi preparatori al lavoro con Jan. Nel gruppo siamo io, Annabelle, Ivana Jozic, Kasper Vandernberghe e Marina Kaptijn. Non si tratta di un metodo, Jan preferisce usare il termine “linee guida”: esercizi che permettono al danzatore e all’attore di avere una preparazione fisica per entrare nella performance, ovvero di esplorare il potere evocatore del corpo nel suo insieme. Sono pratiche rivolte a professionisti in cui proviamo a materializzare la transazione tra l’azione e l’interpretazione: from act to acting.

Annabelle. Provare a instaurare in ciascuno la capacità di trovare gli strumenti per la performance. Siamo tutti creatori. Dobbiamo imparare a reagire, sviluppare ciò che abbiamo dentro.

Cédric. Stiamo preparando un libro con Jan, che uscirà fra un anno, contenente tutti gli esercizi sulla scia dello Spazio vuoto di Peter Brook.

04/03/2017

Maria Luisa Buzzi

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